
projects
Non-Inverno | Non-Winter
Silenzio, per favore | Silence, please
“If a place can be defined as identity-based, relational, historical, a space that cannot be defined as identity-based, relational, or historical will be defined as a non-place”
Marc Augé
The project aims to represent a beach resort in winter, a scene found all along the borders of our peninsula, where empty architectures and silent sand tell a story of existential solitude.
Accustomed to the frenzy of summer, to games and music, winter allows us to slow down our thoughts, to see the same place at a different pace, to observe its shapes, to linger on its spaces.
And so, what we have always seen appears as if it were new. Each shot evokes a suspended time, a silence that reveals the emptiness of absence.
Everything is silent.
“Se un luogo può definirsi come identitario, relazionale, storico, uno spazio che non può definirsi né identitario né relazionale né storico definirà un non luogo”
Marc Augé
Il progetto vuole rappresentare uno stabilimento balneare in inverno, situazione che troviamo ovunque lungo i confini della nostra penisola, dove architetture vuote e sabbia silente raccontano di una solitudine esistenziale.
Abituati alla frenesia dell’estate, ai giochi e alle musiche, l’inverno ci permette di rallentare i nostri pensieri, vedere uno stesso luogo ad un ritmo diverso, osservarne le forme, soffermarci sugli spazi.
Ed è così che ciò che abbiamo sempre visto ci appare come se fosse nuovo. Ogni scatto evoca un tempo sospeso, un silenzio che svela il vuoto dell'assenza.
Tutto tace.
Shot with Leica R7, Summicron-R 35mm f2, Kodak Portra 160
Selected for Beyond the Images, Milano 2025 (Atypic X Analog Milano)
anime di cemento | concrete souls
Non soffermarti su ciò che è passato | Don't dwell on what has passed away
Non soffermarti su ciò che è passato. Anthem, Leonard Cohen
Sud Salento. All’improvviso appare qualcosa di enorme ad occupare il paesaggio: il cimitero monumentale di Parabita.
Progettato nel 1967 da Alessandro Anselmi, rappresenta una delle prime architetture in cui riaffiora la memoria della storia dopo l’oblio modernista e dove il “luogo”, sia fisico che simbolico, torna a determinare gli esiti morfologici. Concepito come un insieme di edifici relazionati fra loro attraverso un disegno unitario, è stato regolato in profondità dalla logica dello spazio prospettico, tanto da apparire come “architettura non finita”: un insieme di frammenti in eterna attesa di un nuovo inizio.
Il cimitero si erge come un’imponente testimonianza di architettura brutalista, un luogo in cui carparo e geometrie severe dialogano con la luce e il silenzio, ed è con questo progetto fotografico in bianco e nero che si vuole esplorare l’anima del luogo, esaltando il contrasto tra la rigidità delle strutture e la memoria intangibile che esse custodiscono.
Attraverso un gioco di luci ed ombre, le immagini mettono in risalto la forza espressiva delle superfici ruvide, le forme monumentali e le linee nette che caratterizzano gli edifici. Il bianco e nero non è solo una scelta estetica, ma un mezzo per amplificare la drammaticità del soggetto, sottraendo il superfluo e lasciando emergere l’essenza della materia e dello spazio.
Il percorso visivo si muove tra prospettive imponenti e dettagli nascosti e rivela un’architettura brutalista, spesso pensata fredda e inospitale, che evoca un senso di sacralità e introspezione.
Le fotografie, quindi, non documentano solo il luogo, ma raccontano una storia di assenza e permanenza, dove la memoria collettiva trova forma nel cemento e nella luce.
"anime di cemento" è un viaggio tra la rigidità della materia e la fluidità del tempo, un invito a osservare il cimitero comunale di Parabita con uno sguardo nuovo, scoprendo la poesia racchiusa nella sua brutalità architettonica.
Don't dwell on what has passed away. Anthem, Leonard Cohen
Southern Salento. Suddenly, something enormous appears, dominating the landscape: the monumental cemetery of Parabita.
Designed in 1967 by Alessandro Anselmi, it represents one of the first architectural works where historical memory resurfaces after the modernist oblivion, and where the "place", both physical and symbolic, once again shapes morphological outcomes. Conceived as a set of buildings interconnected through a unified design, it is deeply governed by the logic of perspectival space, to the extent that it appears as an "unfinished architecture": a collection of fragments in perpetual anticipation of a new beginning.
The cemetery stands as an imposing testimony to brutalist architecture, a place where carparo stone and austere geometries engage in dialogue with light and silence. Through this black-and-white photographic project, the aim is to explore the soul of the site, emphasizing the contrast between the rigidity of its structures and the intangible memory they hold.
Through a play of light and shadow, the images highlight the expressive power of rough surfaces, monumental forms, and sharp lines that define the buildings. Black and white is not merely an aesthetic choice but a means to amplify the drama of the subject, stripping away the superfluous and allowing the essence of matter and space to emerge.
The visual journey moves between imposing perspectives and hidden details, revealing a brutalist architecture often perceived as cold and unwelcoming, yet one that evokes a sense of sacredness and introspection.
These photographs do not merely document the site; they tell a story of absence and permanence, where collective memory takes form in concrete and light.
"concrete souls" is a journey through the rigidity of matter and the fluidity of time—an invitation to view the communal cemetery of Parabita with fresh eyes, discovering the poetry hidden within its architectural brutality.
Selected for MIA Photo fair 2025
Ingenium
Un progetto fuori dal tempo | An out of time project
ingégno (ant. ingènio) s.m.
[lat. ingĕnium ≪carattere naturale, indole, ingegno, idea ingegnosa≫, dal tema gen- di gignĕre, genus, generare, ecc.]. - ant. Ordigno, congegno, meccanismo: i. meccanici, idraulici; nella scenografia, dal Rinascimento in poi, fu così detta anche l’apparecchiatura meccanica che consentiva il sollevamento di persone, il rapido montare di scene e altri effetti scenografici.
Cosa siano veramente i misteri di Campobasso è impossibile dirlo. Da un punto di vista religioso è la processione del Corpus Domini, presente in ogni parte d’Italia e del mondo cattolico, da un punto di vista sociale, folcloristico, è straniante. Nei giorni antecedenti, tutta la città freme ed è coinvolta nella preparazione degli “ingegni”. L’idea di queste strutture risale al XVI secolo e sono costituite da un asse principale, che si sviluppa in verticale, unite mediante giunture ad incastro a delle ramificazioni secondarie terminanti ad ogni estremità con delle imbracature che sostengono dei bambini, all’apparenza sospesi nel vuoto, vestiti con costumi che rappresentano angeli, diavoli, santi e madonne mascherando le imbracature.
Vivere questo evento da “forestiero” fa apparire la gente del luogo come un corpo unico, uniti dalla tradizione e dalla passione, in movimento per le strette vie del centro storico della città. Il progetto, scattato interamente in analogico, si articola in tre parti: i volti dei personaggi, la gente in strada e l’aspetto religioso.
(UK, US) IPA: /ˈɛnd͡ʒɪn/
From Middle English engyn, from Anglo-Norman engine, Old French engin (“skill, cleverness, war machine”), from Latin ingenium (“innate or natural quality, nature, genius, a genius, an invention, (in Late Latin) a war-engine, battering-ram”), from ingenitum, past participle of ingignō (“to instil by birth, implant, produce in”). Compare gin, ingenious, engineer.
A complex mechanical device which converts energy into useful motion or physical effects. [from 16th c.]
Campobasso is a quiet city in central Italy that transforms itself during the days of the "Mysteries". It is impossible to say what the mysteries of Campobasso really are. From a religious point of view it is the Corpus Domini procession, present in every part of Italy and the Catholic world, from a social, folkloristic point of view, it is alienating. In the previous days, the whole city is thrilled and is involved in the preparation of the "wits". The idea of these structures dates back to the 16th century and they consist of a main axis, which develops vertically, joined by interlocking joints with secondary branches ending at each end with slings which support children, apparently suspended in the empty, dressed in costumes representing angels, devils, saints and madonna by masking the harnesses.
Experiencing this event as a "foreigner" makes the locals appear as a single body, united by tradition and passion, moving through the narrow streets of the historic center of the city. The project, entirely in analogue, is divided into three parts: the faces of the characters, the people on the street and the religious aspect.
All photos were taken using a Leica R7 and Kodak Professional 400TX film.
Published on Edge of Humanity magazine
Sud Est: te notte
Non esiste un tempo comune a diversi luoghi, ma non esiste neppure un tempo unico in un singolo luogo | There is no time common to different places, but there is also no single time in a single place
"Non esiste un tempo comune a diversi luoghi, ma non esiste neppure un tempo unico in un singolo luogo"
L'ordine del tempo, Carlo Rovelli
In un momento in cui il mondo moderno corre sempre più veloce verso il futuro, i treni ci permettono di essere trasportati attraverso il tempo, oltre che lo spazio, testimoniando il passaggio di vite e storie che hanno caratterizzato la nostra terra e la nostra cultura.
L'obiettivo è riuscire a rivelare l'anima silenziosa e decadente delle Ferrovie del Sud Est nel territorio salentino.
Il ferro arrugginito delle rotaie è la testimonianza tangibile di un'epoca passata, quando la Ferrovia del Sud Est del Salento era il principale mezzo di trasporto e comunicazione nella regione.
Immersi nel mistero della notte, questi scatti catturano la bellezza dei treni in rovina, che riposano silenziosi, avvolti nell'oscurità, imponenti e intrisi di fascino. Tra ombre e luci filtrate, ci si immerge in una sensazione di malinconia e di perdita, dimenticanza e abbandono. Queste percezioni mi hanno spinto a voler dar loro dignità, testimoniando la resistenza del tempo e la persistenza della memoria, invitando l'osservatore a riflettere sulla relazione tra l'uomo e l'ambiente.
I treni abbandonati si fondono con il paesaggio circostante, mescolando il loro metallo arrugginito con la terra rossa e la vegetazione rigogliosa. Ed è in questo dialogo tra natura selvaggia e storia ricca di cultura del contesto salentino, che queste immagini acquistano un significato più profondo, portandoci a riflettere sulla sostenibilità e sull'equilibrio tra sviluppo e conservazione.
Il passato si intreccia al presente, il presente si intreccia al futuro, come rotaie di treni.
I treni, una volta simboli di progresso e connessione ed ora dimenticati e abbandonati dalla modernità, con la loro aura di grandezza hanno ancora uno spazio di rinascita, magari attraverso il recupero e il restauro.
Questi scatti, quindi, sono porte aperte su mondi passati, presenti e futuri, che ci invitano a esplorare il nostro legame con il tempo, la memoria e il paesaggio. Sono inviti alla riflessione e alla contemplazione, che ci aiutano a dare senso al nostro posto nel mondo e alla nostra relazione con il passato che ci ha plasmato.
A completare il progetto, per amplificare la carica emotiva e offrire uno sguardo poetico sulla fragilità dell'esistenza umana e sulla persistenza della natura nel reclamare ciò che è suo, ho scelto di scattare in notturna. E così, la bellezza decadente si fonde con la quiete della notte, che regala una visione affascinante e intima sulla storia dimenticata dei binari della Sud Est.
Selected for MIA Photo fair 2024
Published on Edge of Humanity magazine
A conventional Venice
Every time I describe a city I am saying something about Venice | Ogni volta che descrivo una città dico qualcosa di Venezia
“Every time I describe a city I am saying something about Venice”.
These are the words told by Marco Polo in conversation with Kublai Kahn into the novel “Invisible Cities” by Italo Calvino.
I’ve always thought that describing a city only by its historical and artistic content returns an important aspect of it but not its complexity. Since Venice is known for its beauty and historical value it seems unconventional to show its more conventional side.
In this project you will find only a few references to the classical vision of Venice told into city guides. I tried to show a unique city without abusing of its iconic views. With some exceptions.
The city has many arcades and passages (called “sottoporteghi”) and narrow streets (“calli”) which open up into wide spaces such as squares called “campi”, the Italian translation of “fields”.
By interchanging the shots of these two categories I try to convey the feeling of a stroll without a prearranged destination; as a flâneur I follow a free path.
An itinerary imagined from sunrise to sunset that aims to discover the city beyond postcards.
“Ogni volta che descrivo una città dico qualcosa di Venezia.”
Nelle sue “Città invisibili”, Calvino fa pronunciare queste parole a Marco Polo durante un confronto sui luoghi visitati con Kublai Kahn.
Ho sempre pensato che raccontare una città nella sua accezione storico-artistica è coglierne solo un aspetto, importante ma limitato. Al punto che diventa inconvenzionale raccontare/mostrare la Venezia convenzionale.
In questo progetto vi è poco della Venezia classica che emerge, di solito, dalle guide turistiche. Ho cercato di presentare una città unica senza fare leva sulle sue iconicità. Tranne qualche eccezione.
La città possiede molti passaggi (sottoporteghi) e viuzze (calle) che trovano sbocco in spazi ampi, i campi e le piazze a volte paradossalmente fuori scala.
Alternando gli scatti di queste due categorie cerco di trasmettere la sensazione del camminar lento, tipico del flâneur, senza seguire itinerari prestabiliti, ma lungo un percorso libero.
Un percorso immaginato dall’alba al tramonto che si prefigge di scoprire la città dietro le cartoline.
Selected for Miradas Compartidas 22
Published on Docu Magazine vol.3, issue 9, 2022
through | attraverso
Telling the places by passing through them | Raccontare i luoghi passandoci attraverso
Raccontare i luoghi passandoci attraverso.
Questo è lo scopo che si prefissa il progetto. Progetto che non ha la presunzione di portare da qualche parte ma semplicemente vuole spingere a soffermarsi su un luogo poco considerato, spesso trascurato, e tanto caro a Walter Benjamin: i passages.
Telling the places by passing through them.
This is the aim of the project. Project that does not presume to lead somewhere but simply it wants to push us to dwell on a little considered place, often neglected, and so dear to Walter Benjamin: the passages.
Read more on Origine Magazine
attravèrso (o a travèrso) prep. - Da una parte
all’altra, in mezzo a, per entro: mettere una catena a.
la strada (o a. alla strada); passare a. i campi, a. la
siepe; non riusciva a passare a. la porta; penetrò a. la
calca; guardare a. le lenti, a. il buco della serratura.
Fonte: Treccani